«L’illusione dell’uguaglianza». Gli italofoni nell’amministrazione
La Pgi interviene ancora una volta presso il Governo cantonale

Uguaglianza

Gli italofoni nell’Amministrazione cantonale sono ancora sottorappresentati, soprattutto nelle funzioni dirigenziali, e le misure che il Governo ha disposto in quest’ambito sono chiaramente insufficienti a modificare in qualche modo la situazione.

 

Gli italofoni nell’amministrazione cantonale sono ancora sottorappresentati, soprattutto nelle funzioni dirigenziali, e le misure che il Governo ha disposto in quest’ambito sono chiaramente insufficienti a mutare la situazione.

Preso atto della risposta governativa all’interpellanza Papa sul servizio pubblico in favore delle minoranze linguistiche cantonali e del fatto che poco è cambiato rispetto al 2011, quando gli stessi dati furono chiesti dall’interpellanza Pedrini, la Pro Grigioni Italiano ha ritenuto opportuno inviare a tutti i Consiglieri di Stato una copia della ricerca condotta dal Centro scientifico di competenza per il plurilinguismo (CSP) di Friburgo e dal Centro per la democrazia di Aarau intitolata Mehrsprachigkeit verwalten? Spannungsfeld Personalrekrutierung beim Bund.

Negli ultimi anni la Confederazione ha sviluppato e costantemente migliorato una legislazione «all’avanguardia» in tema di promozione del plurilinguismo, la quale – si auspica – potrà con il tempo, seppur lentamente, modificare la situazione degli italofoni nella sua stessa struttura amministrativa. Esistono tuttavia ancora dei limiti che rendono difficile il raggiungimento di questo obiettivo, come mette in luce il rapporto.

L’immagine che emerge dallo studio del CSP a riguardo della situazione delle minoranze linguistiche nazionali nell’Amministrazione federale, e specificamente della minoranza di lingua italiana, è piuttosto cupa. Nel periodo analizzato (2002-2011) il quadro, pur disomogeneo, della rappresentanza linguistica nei dipartimenti e nelle unità amministrative subordinate mostra una generale sovrarappresentazione dei tedescofoni, dato che si aggrava ancor più se si restringe il campo ai quadri di alto livello. Il rapporto della Delegata federale al plurilinguismo pubblicato a metà marzo, che tiene in considerazione i dati statistici interni all’Amministrazione sino al 2014, conferma complessivamente questi dati.

Il perché sta naturalmente «alla fonte», ovvero nelle procedure di reclutamento. Sfatiamo subito una «leggenda»: non è vero che, con eccezione delle posizioni con base nel Canton Ticino, vi sia una scarsa partecipazione degli italofoni ai concorsi di lavoro banditi dalla Confederazione tale da impedire una loro equa rappresentanza nell’Amministrazione. Il problema non sta dunque nella «domanda», bensì – pur senza alcuna premeditata volontà di discriminazione – dalla parte di chi gestisce l’«offerta», ovvero nel sistema di reclutamento.

La ricerca del CSP ha concluso che l’italiano è utilizzato regolarmente solo dal 16% degli interrogati, collocandosi ben al di sotto delle percentuali raggiunte dallo svizzero-tedesco (77%) e persino dall’inglese (36%). D’altra parte, è anche emerso che il 90% dei documenti di lavoro è disponibile solo in tedesco, rendendo così irrinunciabile una buona conoscenza di questa lingua per lo svolgimento dei propri compiti.

I dati che seguono possono essere ritenuti una conseguenza di tale situazione: per avere qualche possibilità di successo, nelle pratiche di assunzione gli italofoni devono dimostrare competenze (passive e attive) non solo in una, ma in due ulteriori lingue ufficiali, ovvero in tedesco e in francese, mentre nella Svizzera tedesca è sufficiente che i candidati tedescofoni mostrino buone conoscenze passive del francese. Lo sforzo richiesto agli italofoni è dunque maggiore e, in genere, i dati di autovalutazione nei dossier di candidatura rivelano che gli italofoni dichiarano migliori e più estese competenze linguistiche rispetto ai candidati di altra lingua. I responsabili del reclutamento sono coscienti di questo maggiore sforzo richiesto agli italofoni ma al tempo stesso sembrano darlo per scontato. C’è di più: questa situazione viene ritenuta a tal punto scontata che 3/4 degli stessi candidati italofoni preferiscono redigere il proprio dossier in una lingua diversa dall’italiano, sia essa il francese, il tedesco o persino l’inglese. La minore considerazione riservata all’italiano nell’Amministrazione federale, dunque, è entrata a far parte, per così dire, della «coscienza collettiva» come una situazione di fatto accettata da tutti i soggetti coinvolti.

La lingua madre, secondo lo studio, non è ritenuta determinante dai responsabili del reclutamento; tuttavia la stessa lingua madre è di fatto indirettamente determinante nel momento in cui soltanto un madrelingua può soddisfare pienamente le esigenze linguistiche richieste dal bando di concorso (ovvero, nella maggioranza dei casi, una buona/ottima conoscenza del tedesco e/o del francese).
Inoltre, mentre i tedescofoni possono svolgere praticamente sempre il colloquio di lavoro nella propria lingua madre, meno spesso ciò accade per i francofoni e ancor più raramente per gli italofoni, o perché non informati di questo loro diritto o perché lo stesso team di reclutamento non dispone di sufficienti competenze passive nella lingua madre del candidato. Per gli italofoni, dunque, le competenze attive e passive in tedesco e/o in francese sono quasi inevitabilmente poste sotto esame per tutta la durata del colloquio, mentre parallelamente le competenze passive del tedesco chieste ai francofoni durante il colloquio sono nettamente superiori alle competenze passive del francese necessarie ai tedescofoni.

In conclusione: fintantoché non sarà fatto un maggiore sforzo nella selezione degli italofoni e non saranno migliorate le competenze del personale federale nella lingua italiana (responsabili del reclutamento compresi) e fintantoché, inoltre, i superiori sforzi linguistici richiesti agli italofoni non saranno ufficialmente riconosciuti, fin a quel momento l’uguaglianza delle lingue ufficiali della Confederazione iscritta nella costituzione dovrà fare fronte a dei limiti pratici tali da renderla un’«illusione». In un certo senso, si potrebbe affermare che per raggiungere l’obiettivo di una piena uguaglianza delle lingue si debba anzitutto riconoscerne la diseguaglianza e fornire non solo maggiori protezioni alle lingue minoritarie ma anche – e, forse, soprattutto – assicurare loro una maggiore promozione, promozione che ovviamente non può che partire dall’insegnamento nelle scuole.

Se questa – malgrado i numerosi e concreti sforzi fatti, come bene illustrano sia lo studio del CSP sia il rapporto della Delegata federale al plurilinguismo – è la situazione nell’Amministrazione federale, cosa si può sperare nel Cantone dei Grigioni, dove i passi intrapresi sono stati pochi e assai timidi? Cosa si può sperare quando il Governo afferma che la «nomina di un delegato al plurilinguismo sarebbe una singola misura isolata» e che il problema può essere risolto semplicemente fornendo maggiore pubblicità ai bandi di concorso in modo da incrementare la motivazione degli italofoni e dei romanciofoni? Cosa si può sperare quando il Governo cantonale, che indubitabilmente è responsabile per le assunzioni nella propria struttura amministrativa, sembra voler scaricare gli oneri in quest’ambito sulle organizzazioni linguistiche e sulle «cerchie interessate», ovvero sulle minoranze stesse?

Il testo della lettera inviata ai Consiglieri di Stato può essere scaricato qui.

Per ulteriori informazioni: info@pgi.ch / 081 252 86 16.

 

Calendario eventi


Diamo voce ai volontari

G.SalaCitazione
Giancarlo Sala

La Pgi è…

un'unione allargata di grande modernità.